Vanvitelli salì a Milano nel 1769, ma il suo progetto fu ritenuto troppo radicale e costoso, tanto che lasciò la città senza che i suoi piani avessero seguito. Chi rimase fu invece un suo giovane allievo, Giuseppe Piermarini, che, ottenuto il titolo di architetto di corte, nel 1773 avviò una radicale trasformazione del palazzo: la portata degli interventi fu tale che solamente in seguito agli ultimi restauri è stato possibile riscoprire le vestigia del vecchio edificio azzoniano.
L’intervento più importante fu l’apertura del cortile maggiore, con l’apertura dell’ala prospiciente il Duomo, e delimitato ad est e a ovest da due maniche di lunghezza asimmetrica, tali da formare l’attuale piazzetta Reale. La facciata e le parti esterne furono lasciate volutamente sobrie, prive di eccessi e di orpelli, tanto che diversi intellettuali contemporanei, come Verri e Stendhal, lo criticarono aspramente, giudicandolo scialbo e poco adatto ad ospitare la dimora di un re. A questa essenzialità esteriore faceva però da contrappunto l’opulenza degli interni: cancellata ogni traccia delle decorazioni rinascimentali e spagnole, il complesso fu infatti completamente rivestito con fastose specchiere, lampadari, arazzi e nuovi affreschi per i soffitti; tra le varie innovazioni meritano una menzione particolare soprattutto la creazione de salone delle Cariatidi, la grande sala da ballo così denominata per via delle quaranta grandi sculture che sorreggevano la balconata, e il posssente scalone centrale, per la cui costruzione il Piermarini occupò e ostruì la piazzetta della chiesa di San Gottardo.
Le scelte stilistiche del nuovo Palazzo, rinominato nel frattempo Reale, pur tra le varie polemiche rappresentarono una specie di manifesto dello stile neoclassico che sarebbe stato tenuto in considerazione per la restaurazione di altri edifici pubblici, come la nuova Casa di Correzione, il palazzo ex gesuitico di Brera o il Teatro alla Scala .
Nel 1771, sebbene i lavori non fossero ancora ultimati, ospitò le feste spettacolari per la celebrazione delle nozze tra il figlio di Maria Teresa d’Austria, Ferdinando, e l’ultima discendente di casa d’Este. Altri festeggiamenti furono intrattenuti nei decenni successivi, soprattutto in occasione delle visite che i reali austriaci fecero a Milano, ma la sua funzione non si limitò solo a questo. Al contrario, tra le sue mura si intrattennero numerosi intellettuali dell’epoca, come il Beccaria, il Parini, il Verri, con il ruolo di consiglieri per i plenipotenziari austriaci in città.
Ma le vicende cittadine subirono una nuova svolta in seguito all’avvento di Napoleone, e queste non poterono non avere conseguenze su un luogo così fortemente denso di significati per la vita pubblica. Entrate le truppe francesi in città il 15 maggio 1796, il palazzo fu ribattezzato “Nazionale” e utilizzato questa volta come alto comando militare e per il governo, il Direttorio, mentre il Bonaparte scelse come propria dimora privata Palazzo Serbelloni.
Tre anni più tardi, in seguito alla vittoria austriaca a Cassano d’Adda, i francesi fuggirono e l’edificio subì un duplice spoglio: dai membri dello stesso Direttorio, che cercarono di vendere gli addobbi prima di scappare in Francia, e dalla popolazione, che rubò nelle stanze abbandonate.
Nel 1800 Napoleone ritornò,e nel 1805 fu proclamato Re d’Italia: dato che un re non poteva non avere una dimora all’altezza, di nuovo il palazzo (che con molta fantasia fu nuovamente rinominato palazzo Reale), fu restaurato, per colmare i precedenti saccheggi.
Come in passato, ai lavoro presero parte i più importanti artisti dell’epoca: tra questi, Luigi Canonica si occupò di ampliare l’edificio, con l’allargamento di un nuovo corpo di fabbricato verso via Larga, in modo da creare un terzo cortile, mentre la decorazione degli interni fu affidata ad Andrea Appiani. Questi affrescò i soffitti con una serie di allegorie, e con la serie dei Fasti di Napoleone (i quali vennero rimossi in seguito alla Restaurazione,e sostituiti con i Fasti dell’Impero austriaco) nel grande salone delle Cariatidi. Da ricordare infine il notevole apporto di oggetti di arredo in linea con il gusto dell’epoca, tra il classicheggiante e l’esotico, definito “stile impero”.
Pur in tutta questa opulenza, Napoleone vi risedette poco, così come suo nipote, Eugenio di Beuarnais, il quale governò la città in sua vece e preferiva abitare nella Villa Reale di Monza.
Restò come sede di rappresentanza e per dare sontuosi ricevimenti: una destinazione, questa, che si mantenne anche una volta ritornati gli austriaci, sebbene in forma via via più declinante.
La nuova monarchia, infatti, si rivelò molto lontana da quel modello di assolutismo illuminato del periodo teresiano e giuseppino: fu per lo più uno stato di polizia diffidente verso ogni libera manifestazione di pensiero e oppressivo dal punto di vista fiscale. L’aristocrazia e l’alta borghesia milanesi non nascosero la loro ostilità, disertando le varie cerimonie e le celebrazioni promosse dai governanti austriaci.
“I saloni di Palazzo Reale vengono riempiti a fatica,e se l’aristocrazia diserta su espresso invito dei patrioti e dello stesso Cavour, si precettano gli impiegati, anche dei gradi minori”: così scriveva nel 1857 il governatore della città, l’arciduca Massimiliano, lamentando la solitudine nella quale si trovava a vivere. Una solitudine di cui avrebbe però sofferto ancora per poco, in quanto nel 1859 Milano e la Lombardia furono annesse al nascente Regno d’Italia e le stanze dell’edificio tornarono agli antichi splendori in occasione delle visite che Vittorio Emanuele II ed Umberto I fecero alla città.
Queste visite, che trovavano sempre il favore della folla, si interruppero con l’uccisione del “re buono” il 29 luglio 1900 a Monza, da parte dell’anarchico Bresci. Da quel momento, le residenze reali a Milano e a Monza rimasero vuote, poichè la memoria di quel tragico fatto era troppo cocente perché i sovrani potessero tornare e tenere dei ricevimenti. Un’eccezione fu fatta solamente nel 1906, in occasione della Grande Esposizione Universale, ma il mondo stava cambiando rapidamente e le pompose cerimonie di una volta risultavano ormai anacronistiche.
Al termine della I Guerra Mondiale Vittorio Emanuele III cedette al Demanio diversi edifici, tra cui Palazzo Reale e la Villa di Monza. Per il primo fu stabilito che alcuni saloni sarebbero rimasti in uso alla Corona per eventuali ricorrenze e come alloggio dei sovrani (ma di fatto ciò non accadde mai), mentre il resto fu adibito, ancora una volta, ad uffici.
I ventiquattro saloni di rappresentanza furono aperti ai visitatori, mentre le scuderie reali, ovvero l’ampliamento napoleonico verso via Larga fu demolito e al suo posto sorse un nuovo palazzo per il municipio.
Nel 1936 la “manica lunga” fu parzialmente distrutta in previsione della costruzione dell’Arengario, ma ancora più devastanti furono i danni riportati dai bombardamenti del 1943, soprattutto al salone delle Cariatidi, che andò irrimediabilmente perduto.
Forse se si fosse provveduto subito ad effettuare opere di salvaguardia, qualcosa si sarebbe potuto salvare, ma le difficoltà gli ultimi anni del conflitto e quelli dell’immediato dopoguerra lo impedirono. Si dovette aspettare addirittura fino alla fine degli anni ’70 per ottenere un piano di restauro dell’antico broletto, e la fine degli anni ’90 per la sua attuazione.
Questi lunghi lavori sono stati compiuti da una parte con l’intento di recuperare da una parte quanto possibile degli elementi originali, e dall’altra di dotarlo degli elementi più adatti alla nuova funzione museale, e hanno reso possibile la sua trasformazione in quello che è oggi uno dei poli museali più importanti per la città. Resta il rammarico che non tutto è stato possibile far rinascere a nuova vita, e diverse sale, tra cui soprattutto il salone delle Cariatidi, a causa degli elevati costi di restauro e delle innumerevoli difficoltà tecniche, attendono ancora-e non si sa per quanto- di poter essere riscoperte.