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Milano Segreta sostiene la diffusione dell'Inglese in Italia
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Milano vs Parigi

Milano e Parigi, due antagoniste dell'eleganza ma l'ago della bilancia pende verso Parigi, perché?

Me lo domando con insistenza dopo 3 mesi a Parigi e sinceramente non trovo la risposta, qualcuno mi ha suggerito che é solo una questione di Marketing, che Parigi si sa vendere meglio, che i bianchi palazzi Parigini si fondono con il cielo grigio creando una continuitá stilistica irreale tra cielo e terra.

Naturalmente essendo italiana preferisco il nostro concetto di eleganza, credo fermamente che la classe non debba dare nell'occhio ma debba stupire solo quando viene osservata con attenzione, un concetto molto lontano dallo stile Parigino che cerca colpi ad effetto che non arrivano di certo agli eccessi Londinesi ma allo stesso tempo molto piú strillato del minimal chic Milanese e allora?

Allora l'unica spiegazione che riesco a darmi é il Sistema Francia che é nettamente superiore al Sistema Italia [esiste un Sistema Italia?] e riesce a vendere anche l'invendibile, l'improponibile, che marcia per il mondo con un cieco orgoglio simile alla politica coloniale francese in Africa, quanti di voi sanno che decine di paesi africani adottano il Franco CFA e che probabilmente é questo il vero motivo per cui la Francia ha fatto da falco nella guerra in Libia ? Si perché Gheddafi voleva finanziare la Banca Centrale Africana per sostenere un Dinaro Africano e cosí eliminare il Franco CFA che contringe i paesi che lo usano a depositare almeno il 65% della valuta estera presso la banca centrale francese.

Perché questa divagazione di geopolitica? 

Volevo solo sottolineare che la meritocrazia é un concetto relativo e che il potere d'influenzare i consumi é uno delle tante sfaccettature del soft power mentre il merito é solo un cortocircuito del sistema che da solo non serve praticamente a niente se non ad alimentare le illusioni e i sogni degli ingenui.
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Quando il Duomo non c'era- Parte II

Questa prima costruzione, unita alla libertà di culto costantiniana, permise il rapido diffondersi in città della fede cristiana, al punto che vent’anni dopo la nascita della Vetus, si rese necessaria la creazione di un nuovo tempio, questa volta di vaste dimensioni. Tale esigenza fu influenzata da altri due fattori: da una parte l’accresciuto ruolo politico che assunse Mediolanum in quel periodo, in virtù dei frequenti soggiorni di Costante, figlio ed erede di gran parte dell’impero di Costantino; dall’altra, il fatto che la cattedra del vescovo milanese venne ad identificarsi con quella di vescovo d’Italia.

Il nuovo edificio fu all’altezza di queste esigenze: una basilica a cinque navate lunga 82 m e larga 45, preceduta da un grande atrio quadriportico, che fu iniziata durante il vescovato di Eustorgio (tra il 343 e il 350 circa) e terminata negli anni successivi, con il suo successore San Dionisio. Nominata all’inizio semplicemente come Basilica Nova, o Maior, fu in seguito consacrata a Santa Tecla, e sorgeva nell’area compresa tra l’attuale scalinata del Duomo fino ad oltre metà della piazza
.
Dal momento che anticamente non si poteva entrare in chiesa senza essere stati battezzati, accanto ad essa venne eretto un nuovo battisterio dedicato a San Giovanni alle Fonti. Fu il primo della cristianità a forma ottagonale (a simboleggiare l’ottavo giorno, quello della resurrezione dalla vita terrestre) e fu qui che il vescovo Ambrogio battezzò sant’Agostino nella notte di pasqua del 387.

Molti secoli più tardi, nell’836, accanto a Santa Tecla sorse una nuova chiesa, Santa Maria Maggiore, che occupava lo spazio esattamente sottostante la parte centrale del Duomo. Qui vennero officiati i riti dalla terza domenica di ottobre fino alla Pasqua, mentre d’estate le funzioni erano tenute nella più fresca Santa Tecla. Per questo motivo furono anche chiamate ecclesiae hiemale (ovvero chiesa invernale) e ecclesia aestiva.

Due chiese vicine, due battisteri, in tutto questo vasto complesso religioso non poteva mancare una torre campanaria: fu edificata vicino a Santa Maria Maggiore, ed era la più alta della Lombardia.
Questa fu però abbattuta- come gran parte dei monumenti della città- da Federico Barbarossa nel 1162: un secolo e mezzo dopo Azzone Visconti la ricostruì in forme romaniche, ma ebbe vita breve e contribuì non poco al sorgere del Duomo.
Nel 1353 cadde infatti rovinosamente su Santa Maria Maggiore, distruggendo la facciata e la navata centrale. Nonostante i tentativi di ricostruirla, le due chiese ormai mostravano il peso degli anni: i crolli, gli incendi e le devastazioni del Barbarossa avevano reso necessario un intervento sull’area molto più radicale. Così come era avvenuto ai tempi di Mirocle, Eustorgio e Costante, sia l’autorità civile, impersonata dal nuovo signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, che religiose, ovvero l’arcivescovo Antonio da Saluzzo avvertirono la necessità di costruire un tempio più grandioso, all’altezza delle moderne cattedrali gotiche che stavano sorgendo nel resto dell’Europa.
Per vedere il risultato completo occorsero però non pochi anni, ma questa è, come si suol dire, un’altra storia...

Rimane però una curiosità che vale la pena di segnalare, ovvero il collegamento che è rimasto nel tempo, in questo luogo, circa la sua dedicazione al culto femminile: dapprima alla Madre Terra, poi a Minerva, quindi a Santa Tecla e a Santa Maria Nascente, così come è oggi il vero nome della cattedrale.
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Quando il Duomo non c'era- Parte I

Che al centro di Milano sorga il Duomo non è di per sé una notizia, e non ci vuole certo un articolo per dirlo. Questa semplice affermazione può però racchiudere alcune domande insidiose, del tipo: perché si è scelto proprio quel punto come centro della città? E cosa c’era prima che lo costruissero, nel 1386? Un’altra chiesa? Un centro commerciale? Un cinema multisala?

Effettivamente, osservando il grandioso monumento, con le sue guglie e il suo slancio verso l’alto, si dimentica spesso di guardare al di sotto di esso, nella convinzione di trovare soltanto la linea rossa della metropolitana: furono però proprio i lavori di scavo per quest’ultima che consentirono di trovare alcune rovine di epoche remote e di rispondere alle domande di cui sopra.
Si deve allora provare a togliere dalla visuale non soltanto la cattedrale, ma l’intera piazza, la galleria, palazzo Reale, e provare a pensare che 500 anni prima della nascita di Cristo questa era una zona boschiva in cui una popolazione celta, gli insubri, aveva deciso di insediarsi, in quanto l’area intorno era ricca di vie d’acqua e circondata da quattro fiumi (e che all’epoca dovevano essere un po’ più puliti: il Lambro, l’Olona, il Seveso e il Nirone). Al centro di tutto, era un bosco sacro in cui i druidi officiavano i loro riti,tra il magico e il religioso, e offrivano sacrifici animali alla Madre Terra: in un periodo successivo, edificarono anche un tempio ad essa dedicato, successivamente detto “tempio di Atena”.

Il primo a parlare di questo edificio fu lo storico Polibio, che nelle sue Storie, narra come nel 170° anno della fondazione di Mediolanum (circa il 223 a.C) furono rimosse dal tempio di Atena le insegne d’oro inamovibili. Si trattava in sostanza, secondo Polibio, di un santuario in cui gli Insubri custodivano gli emblemi sacri, che utilizzavano in situazione di pericolo per il loro territorio.
Questa spogliazione avvenne in seguito alle guerre galliche, quando i romani assoggettarono definitivamente le popolazioni al nord di Roma. Dopo la sconfitta nel 225 a.C. a Talamone (vicino a Grosseto) di una coalizione fatta di Insubri, Taurici e Gesati, Roma estese progressivamente il proprio dominio nella pianura padana:Mediolanum divenne una città romana e il tempio di Atena, privato delle insegne sacre, fu “riconvertito” al culto di Minerva.

Le vicende di questo tempio subirono una nuova svolta con l’editto di Costantino (313 d.C.) e la relativa libertà di culto, per effetto della quale i cristiani poterono celebrare le proprie funzioni non più in segreto ed edificare edifici ad essi adibiti. Si passò così dalle ecclesiae domesticae, i luoghi privati dove venivano officiati in clanestinità, alle domus ecclesiae, le case di culto che precorsero le basiliche vere e proprie.

A Milano, uno dei primi edifici fu la cosiddetta Basilica Vetus, voluta dal vescovo Mirocle proprio nell’area intorno al Duomo: si trattava in sostanza della prima cattedrale, e i suoi resti furono rinvenuti solamente in seguito agli scavi degli anni ’60. Tale basilica sorgeva nell’area oggi occupata dal presbiterio e dall’abside del Duomo, e ad essa era associato il battisterio di Santo Stefano, ritrovato sotto l’attuale via Santa Radegonda.

L’anno esatto della sua fondazione non è certo, ma gli studi attuali, basati sull’analisi dei resti del battisterio, la collocano intorno al 325-330 d.C; la sua originaria denominazione doveva essere quella di ecclesia-domus Dei, ovvero “casa di Dio”, in quanto unica basilica all’interno delle mura: l’area intorno venne di conseguenza chiamata “situs Domus”

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Alla scoperta di Palazzo Reale - 2 parte


Vanvitelli salì a Milano nel 1769, ma il suo progetto fu ritenuto troppo radicale e costoso, tanto che lasciò la città senza che i suoi piani avessero seguito. Chi rimase fu invece un suo giovane allievo, Giuseppe Piermarini, che, ottenuto il titolo di architetto di corte, nel 1773 avviò una radicale trasformazione del palazzo: la portata degli interventi fu tale che solamente in seguito agli ultimi restauri è stato possibile riscoprire le vestigia del vecchio edificio azzoniano.

L’intervento più importante fu l’apertura del cortile maggiore, con l’apertura dell’ala prospiciente il Duomo, e delimitato ad est e a ovest da due maniche di lunghezza asimmetrica, tali da formare l’attuale piazzetta Reale. La facciata e le parti esterne furono lasciate volutamente sobrie, prive di eccessi e di orpelli, tanto che diversi intellettuali contemporanei, come Verri e Stendhal, lo criticarono aspramente, giudicandolo scialbo e poco adatto ad ospitare la dimora di un re.
A questa essenzialità esteriore faceva però da contrappunto l’opulenza degli interni: cancellata ogni traccia delle decorazioni rinascimentali e spagnole, il complesso fu infatti completamente rivestito con fastose specchiere, lampadari, arazzi e nuovi affreschi per i soffitti; tra le varie innovazioni meritano una menzione particolare soprattutto la creazione de salone delle Cariatidi, la grande sala da ballo così denominata per via delle quaranta grandi sculture che sorreggevano la balconata, e il posssente scalone centrale, per la cui costruzione il Piermarini occupò e ostruì la piazzetta della chiesa di San Gottardo.

Le scelte stilistiche del nuovo Palazzo, rinominato nel frattempo Reale, pur tra le varie polemiche rappresentarono una specie di manifesto dello stile neoclassico che sarebbe stato tenuto in considerazione per la restaurazione di altri edifici pubblici, come la nuova Casa di Correzione, il palazzo ex gesuitico di Brera o il Teatro alla Scala
.
Nel 1771, sebbene i lavori non fossero ancora ultimati, ospitò le feste spettacolari per la celebrazione delle nozze tra il figlio di Maria Teresa d’Austria, Ferdinando, e l’ultima discendente di casa d’Este. Altri festeggiamenti furono intrattenuti nei decenni successivi, soprattutto in occasione delle visite che i reali austriaci fecero a Milano, ma la sua funzione non si limitò solo a questo. Al contrario, tra le sue mura si intrattennero numerosi intellettuali dell’epoca, come il Beccaria, il Parini, il Verri, con il ruolo di consiglieri per i plenipotenziari austriaci in città.
Ma le vicende cittadine subirono una nuova svolta in seguito all’avvento di Napoleone, e queste non poterono non avere conseguenze su un luogo così fortemente denso di significati per la vita pubblica. Entrate le truppe francesi in città il 15 maggio 1796, il palazzo fu ribattezzato “Nazionale” e utilizzato questa volta come alto comando militare e per il governo, il Direttorio, mentre il Bonaparte scelse come propria dimora privata Palazzo Serbelloni.

Tre anni più tardi, in seguito alla vittoria austriaca a Cassano d’Adda, i francesi fuggirono e l’edificio subì un duplice spoglio: dai membri dello stesso Direttorio, che cercarono di vendere gli addobbi prima di scappare in Francia, e dalla popolazione, che rubò nelle stanze abbandonate.
Nel 1800 Napoleone ritornò,e nel 1805 fu proclamato Re d’Italia: dato che un re non poteva non avere una dimora all’altezza, di nuovo il palazzo (che con molta fantasia fu nuovamente rinominato palazzo Reale), fu restaurato, per colmare i precedenti saccheggi.

Come in passato, ai lavoro presero parte i più importanti artisti dell’epoca: tra questi, Luigi Canonica si occupò di ampliare l’edificio, con l’allargamento di un nuovo corpo di fabbricato verso via Larga, in modo da creare un terzo cortile, mentre la decorazione degli interni fu affidata ad Andrea Appiani. Questi affrescò i soffitti con una serie di allegorie, e con la serie dei Fasti di Napoleone (i quali vennero rimossi in seguito alla Restaurazione,e sostituiti con i Fasti dell’Impero austriaco) nel grande salone delle Cariatidi. Da ricordare infine il notevole apporto di oggetti di arredo in linea con il gusto dell’epoca, tra il classicheggiante e l’esotico, definito “stile impero”.
Pur in tutta questa opulenza, Napoleone vi risedette poco, così come suo nipote, Eugenio di Beuarnais, il quale governò la città in sua vece e preferiva abitare nella Villa Reale di Monza.
Restò come sede di rappresentanza e per dare sontuosi ricevimenti: una destinazione, questa, che si mantenne anche una volta ritornati gli austriaci, sebbene in forma via via più declinante.

La nuova monarchia, infatti, si rivelò molto lontana da quel modello di assolutismo illuminato del periodo teresiano e giuseppino: fu per lo più uno stato di polizia diffidente verso ogni libera manifestazione di pensiero e oppressivo dal punto di vista fiscale. L’aristocrazia e l’alta borghesia milanesi non nascosero la loro ostilità, disertando le varie cerimonie e le celebrazioni promosse dai governanti austriaci.

I saloni di Palazzo Reale vengono riempiti a fatica,e se l’aristocrazia diserta su espresso invito dei patrioti e dello stesso Cavour, si precettano gli impiegati, anche dei gradi minori”: così scriveva nel 1857 il governatore della città, l’arciduca Massimiliano, lamentando la solitudine nella quale si trovava a vivere. Una solitudine di cui avrebbe però sofferto ancora per poco, in quanto nel 1859 Milano e la Lombardia furono annesse al nascente Regno d’Italia e le stanze dell’edificio tornarono agli antichi splendori in occasione delle visite che Vittorio Emanuele II ed Umberto I fecero alla città.

Queste visite, che trovavano sempre il favore della folla, si interruppero con l’uccisione del “re buono” il 29 luglio 1900 a Monza, da parte dell’anarchico Bresci. Da quel momento, le residenze reali a Milano e a Monza rimasero vuote, poichè la memoria di quel tragico fatto era troppo cocente perché i sovrani potessero tornare e tenere dei ricevimenti. Un’eccezione fu fatta solamente nel 1906, in occasione della Grande Esposizione Universale, ma il mondo stava cambiando rapidamente e le pompose cerimonie di una volta risultavano ormai anacronistiche.

Al termine della I Guerra Mondiale Vittorio Emanuele III cedette al Demanio diversi edifici, tra cui Palazzo Reale e la Villa di Monza. Per il primo fu stabilito che alcuni saloni sarebbero rimasti in uso alla Corona per eventuali ricorrenze e come alloggio dei sovrani (ma di fatto ciò non accadde mai), mentre il resto fu adibito, ancora una volta, ad uffici.
I ventiquattro saloni di rappresentanza furono aperti ai visitatori, mentre le scuderie reali, ovvero l’ampliamento napoleonico verso via Larga fu demolito e al suo posto sorse un nuovo palazzo per il municipio.

Nel 1936 la “manica lunga” fu parzialmente distrutta in previsione della costruzione dell’Arengario, ma ancora più devastanti furono i danni riportati dai bombardamenti del 1943, soprattutto al salone delle Cariatidi, che andò irrimediabilmente perduto.
Forse se si fosse provveduto subito ad effettuare opere di salvaguardia, qualcosa si sarebbe potuto salvare, ma le difficoltà gli ultimi anni del conflitto e quelli dell’immediato dopoguerra lo impedirono. Si dovette aspettare addirittura fino alla fine degli anni ’70 per ottenere un piano di restauro dell’antico broletto, e la fine degli anni ’90 per la sua attuazione.

Questi lunghi lavori sono stati compiuti da una parte con l’intento di recuperare da una parte quanto possibile degli elementi originali, e dall’altra di dotarlo degli elementi più adatti alla nuova funzione museale, e hanno reso possibile la sua trasformazione in quello che è oggi uno dei poli museali più importanti per la città. Resta il rammarico che non tutto è stato possibile far rinascere a nuova vita, e diverse sale, tra cui soprattutto il salone delle Cariatidi, a causa degli elevati costi di restauro e delle innumerevoli difficoltà tecniche, attendono ancora-e non si sa per quanto- di poter essere riscoperte.
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Snob?! Chic?! Sicuramente l'aperitivo più stiloso!

Passeggiando per Viale Montenero m'imbatto in qualcosa di "anomalo"....

Ma è un' ape piaggio!
Ma è "chiccosissima"!
Ma cosa c'è in esposizione?....

Guardo meglio e... ragazzi, ho scovato uno dei progetti più creativi, stilosi e originali degli ultimi tempi!

Si chiama Ape Bistrot e ha l'intento di evocare l'atmosfera dei vecchi bistrot francesi, per le vie di Milano...

L'idea di fondo è semplice: un aperitivo itinerante. Ma mica un'aperitivo qualunque, uno a base di champagne e ostriche!
E non solo!
Anche spumanti e vini delle migliori marche, il tutto accompagnato da tartine di alta produzione!

Lo si trova per lo più in Viale Montenero (angolo Viale Lazio), ma può essere anche prenotato per eventi privati, solo per i più glamour! Pensate che è stato inaugurato per un evento di Bulgari...mica pizze e fichi!

I prezzi sono contenuti, intorno ai 10 euro ad aperitivo..perchè non provare?

Sta in giro solo dalle 19 alle 23, e potete scoprire dove si troverà stasera andando sul sito www.apebistrot.it.

Buon Ape Bistrot a tutti!

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Voglia di gelato! Slurp!

Si è detto in questi giorni che a Milano il gelato è il più caro d'Italia!

Da un' indagine di Altroconsumo il prezzo è di 1,70 e 2,50 Euro per un cono piccolo...non poco!

Per invogliare i tifosi i gelatai menghini hanno creato anche il gusto "Milanello": frutti rossi e cioccolato!

Cosa non s'inventeranno per continuare a vendere gelati ed alzarne i prezzi ogni anno?

E voi che gusti strani avete trovato o assaggiato?

Il mio preferito è mascarpone e noci con crema di fichi! Sì, è un solo gusto! :-))

Siamo proprio una Città di golosi!!
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Alla scoperta di Palazzo Reale - 1 parte



Nonostante abbia ora perso gran parte della fastosa opulenza che lo aveva contraddistinto in passato, Palazzo Reale rimane uno degli edifici civili più importanti se si vuole ricostruire una storia della città: oggi come polo museale e culturale, ieri come sede di uffici amministrativi, casa di governatori, sovrani e imperatori, teatro, ecc.

Le sue origini risalgono addirittura al Medio Evo,quando, intorno alla seconda metà del XII secolo, Milano iniziò a organizzarsi come un comune autonomo: si trattava di un edificio, definito “Broletto” sorto a fianco del palazzo vescovile, nel periodo in cui la Curia cominciava a cedere ai consoli cittadini diverse funzioni civili La parola “broletto” lo distingueva appunto dal “Brolo” (dal latino “brolium”, ovvero orto) un’area fuori dalle mura posseduta dagli arcivescovi. Dal momento che si trovava anche di fronte a Santa Tecla, la prima cattedrale della città, nello spazio tra i due edifici spesso si riuniva il popolo per delle pubbliche assemblee: da qui, il nome di “arengo”, il cui ricordo è rimasto nell’odierno e attiguo “arengario”.

Distrutto dal Barbarossa, fu ricostruito successivamente, sempre per accogliere uffici amministrativi; questi nel 1233 furono trasferiti nel Broletto Nuovo (l’odierno Palazzo della Ragione, in piazza Mercanti) dal podestà Oldrado da Tresseno e quindi, nel 1787, nel Palazzo Carmagnola, rinominato in quell’epoca“Broletto Novissimo”.

Questi spostamenti non costituirono però la fine dell’originario palazzo, il quale invece acquisì una nuova funzione con le nascenti signorie. Dapprima i Torriani, poi Matteo Visconti, nipote dell’arcivescovo Ottone, che esercitò il potere col titolo di capitano del popolo dal 1287 al 1302 e dal 1311 al 1322, lo elessero a propria residenza, ingrandendolo e fortificandolo.

Le innovazioni più importanti avvennero però durante la signoria di Azzone Visconti, che tra il 1329 e il 1339 fece costruire una seconda corte nel palazzo e la chiesa di San Gottardo, il cui campanile è ancora oggi visibile (e sul quale fu collocato anche il primo orologio pubblico della città, da cui il nome- tutt’ora presente- di via delle Ore dell’adiacente contrada).

Le tracce di queste prime costruzioni sono andate perdute a causa dei rifacimenti dei secoli successivi, specialmente quelli settecenteschi del Piermarini. Sotto i successori di Azzone iniziarono i lavori di costruzione del castello di Porta Giovia, ritenuto più adatto alle nuove esigenze, soprattutto militari, della signoria, e il broletto perse progressivamente d’importanza. In particolare, con l’ultimo membro dei Visconti, Filippo Maria, cominciò ad andare in rovina: nel 1427 subì un grave incendio e nel 1443 crollò uno dei soffitti della sala grande.

Un ritorno agli antichi fasti, per quanto effimero, avvenne con la nuova signoria di Francesco I Sforza, che vide nel palazzo Ducale (il nome di broletto cominciò a non essere più usato) la sede più idonea per mantenere un contatto diretto con la popolazione. Per tale motivo, fece disporre diversi lavori di restauro, a cui partecipò anche il Filarete: tra questi, la realizzazione di una strada sopraelevata che lo collegava con l’arcivescovado e la pavimentazione del cortile (1471).

Si trattò di un rilancio comunque fugace, poiché con la costruzione del nuovo castello, sorto sulle macerie del precedente (quello di Porta Giovia era stato raso al suolo dai milanesi in seguito alla caduta degli odiatissimi Visconti, nel 1448) i nuovi signori vi trasferirono definitivamente la propria corte.

Nel 1535, con la morte dell’ultimo degli Sforza, Francesco II, Milano entrò nell’orbita di Carlo V e degli spagnoli, e le destinazioni del castello e del palazzo reale mutarono nuovamente. Il primo fu adibito a vera e propria fortezza, con la costruzione di un possente sistema di muratura stellato, mentre il secondo tornò ad ospitare gli appartamenti del rappresentante del sovrano, nonché le sale destinate alle più alte magistrature. Nella seconda metà del Cinquecento nuovi lavori si resero necessari per permettere la prosecuzione del cantiere del Duomo: il loro studio fu affidato all’architetto Pellegrino Pellegrini, ma furono eseguiti soltanto nel 1616. Il risultato fu la distruzione dell’antica ala azzoniana prospiciente il duomo, con le ampie ed eleganti finestre gotiche, a favore di una facciata più dimessa, con finestre lisce e rettangolari ed un portale ad arco tondo, sormontato da un fregio. Alla decorazione degli interni furono chiamati numerosi artisti, come il Profondavalle, il Figini, il Fiamminghino e lo stesso Pellegrino Pellegrini.

Ad oggi non esistono informazioni certe riguardo alla distribuzione degli spazi, ma è probabile che l’assetto non si discostasse da quello della successiva dominazione austriaca. Gli appartamenti del governatore e degli ospiti, ai piani nobili, si affacciavano sul grande giardino interno, mentre sulla corte verso la cattedrale si trovavano i saloni destinati alle udienze pubbliche e ai ricevimenti; il Senato e la Cancelleria occupavano invece l’estremità oggi interrotta dall’Arengario, all’epoca molto più estesa (la cosiddetta “manica lunga”), e al piano terra erano ubicati le segreterie, le cucine e i vari locali di servizio.

In quest’epoca Palazzo Ducale iniziò anche ad intrecciare le proprie sorti con quelle del teatro milanese. Nel 1594, per celebrare le nozze del figlio primogenito, il governatore Juan Fernandez de Velasco promosse (a spese della città, ovviamente) l’allestimento di un apparato di scena in uno dei cortili, detto “la corte dei bagni dei duchi”.Quattro anni più tardi, per celebrare l’ingresso di Margherita d’Austria, moglie di Filippo III, tale struttura fu ricostruita in forme ancora più solenni, e prese il nome di “Salone Margherita”. Si trattò del primo caso di teatro stabile in città, e le sue vicende, tra ripetuti incendi e ricostruzioni, si prolungarono fino al 1776, quando, in seguito all’ennesimo rogo, si decise di erigerne un altro in muratura, più lontano, al posto della chiesa di Santa Maria della Scala: il Teatro alla Scala.

Il lungo periodo della dominazione spagnola si concluse nel 1706 quando il principe Eugenio di Savoia, comandante delle truppe austriache e sabuade, fece il suo ingresso trionfale in città, dopo la vittoria di Torino sui francesi; la pace di Uthrecht del 1713 sancì la fine della lunga guerra di successione al trono di Spagna e il passaggio di Milano sotto la monarchia asburgica.

Questo cambio non comportò all’inizio particolari vantaggi per il capoluogo lombardo: le terribili pestilenze, le guerre e un’amministrazione che aveva oppresso ancora più che in passato i cittadini con pesanti tributi, avevano lasciato una città allo stremo. Fu soprattutto durante il regno di Maria Teresa d’Austria e di suo figlio, Giuseppe II, che vennero intraprese quelle riforme legislative ed amministrative che avrebbero dato un nuovo slancio a Milano e alla Lombardia: tali riforme ebbero proprio in un rinnovato palazzo Ducale il loro centro propulsivo.

In realtà la ristrutturazione dell’antico broletto non fu immediata, sebbene continuasse ad essere la sede di sontuose cerimonie e ricevimenti ufficiali, nonché ad accogliere gli alloggi privati dei vari governatori, come il Lowenstein, il Pallavicini e il Firmian. Nonostante la sua importanza però, gli anni e i continui rattoppi avevano finito col lasciare un edificio dall’aspetto tutto sommato dimesso: la parte centrale era priva di monumentalità e piuttosto spoglia, e al pianterreno era addirittura sorta una fila di botteghe provvisorie in legno e tela, che ostruivano le finestre.

Questa contraddizione tra la sua funzione pubblica e la sua estetica divenne alla lunga insostenibile, al punto che i sovrani austriaci decisero di affidare ad un architetto di fama il progetto per il suo recupero. La scelta cadde su Giuseppe Vanvitelli, un architetto rinomato in tutta Europa per aver edificato la sontuosa Reggia di Caserta.


Alla scoperta di Palazzo Reale - 2 parte
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